Bruna Carnio

Nelle opere degli ultimi anni di Bruna Carnio si evidenziano ancora una volta alcuni elementi fondanti di tutta la sua ricerca pittorica, vale a dire il gesto, il segno, lo scatto già presenti nelle opere realizzate sul finire degli anni '90 e che ora si rinvigoriscono di più marcate valenze, di campiture più invadenti, tra corpo della pittura e materia, con un'incisività che a volte rasenta il taglio sottile di un lampo.

Un taglio sempre pittorico, che coglie nel profondo, in quegli abissi di colore dove il bagliore di un attimo si rivela attraverso una fenditura sull'immenso magma astratto-materico, che va dall'opaco al traslucido, quasi a testimoniare quelle brillantezze e quelle opacità che la natura, così audace quanto spigolosa, ci restituisce in termini di contrasto esistenza-assenza.

In tal senso, altro carattere essenziale di questa pittura diventa proprio l'assorbimento della luce nello stesso spazio pittorico; non vi è, infatti, alcuna spartizione, direzione o sorgente luminosa esterna.

Credo che le opere di Bruna Carnio offrano poi un maggiore effetto se si osservano in successione una dopo l'altra: e questo non solo per amplificare le implicazioni sensibili di una pittura-materia che forse, è essenzialmente o originariamente idea di spazio, ma anche per una maggiore aderenza al procedimento di formazione del campo di colore;
tali opere difatti non vogliono essere rappresentative.

E allora, proprio perché sono l'espressione di un'attività intellettuale, la ripetizione, per altro mai uguale, dell'immagine ci consente di parlare di un processo formativo, del progetto di un racconto che equilibra od ordina la sensualità astratta e istintiva dell'immagine stessa.

Questi astratti e materici paesaggi in di-venire sono quindi per determinazione e per cliché, anti-naturalistici, sono al riparo da qualsiasi illusione, perché non rappresentano una forma, ma si presentano come sintesi narrativa di una probabile forma.

Giorgio Russi

Bruna Carnio: Tra segno, forma e materia

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