INTRODUZIONE
CRITICA/"tra luce e spiritualità"
Luce è la porzione dello specchio elettromagnetico visibile
all'occhio umano.
La definizione scientifica della luce è questa e da questo
semplice postulato possiamo dedurre quanto la luce sia importante
per la nostra vita: senza luce non potremmo vedere.
Una frase che siamo abituati a sentire, per la nostra cultura cattolica,
è "prima ero cieco, poi ho visto la luce". E' intuibile
quindi come la luce abbia una funzione spirituale e non sia solo un
mezzo grazie al quale la natura si palesa a noi. Vedere la luce significa
chiarirsi, intuire, scoprire.
Nell'arte questo aspetto ha sempre avuto una particolare funzione:
luce è veicolo divino, luce è intelligenza, forza spirituale.
Ciò non toglie che l'importanza dell'elemento luce e, di conseguenza,
la sua principale funzione, meglio si apprende da una definizione
scientifica: il sopraccitato specchio elettromagnetico è l'intervallo
di tutte le possibili frequenze delle radiazioni, cioè onde
elettromagnetiche che vengono in parte percepite dai fotorecettori
della retina e, attraverso segnali nervosi mandati al cervello, ci
permettono di distinguere i colori l'uno dall'altro: niente di più
importante per l'arte.
Tralasciando la nozionistica scientifica, la visione del colore è
importante soprattutto su un piano di classificazione emozionale:
ogni colore, prescindendo dalla forma, esprime una sensazione specifica,
la dove, peraltro, è stata effettuata una divisione importante
tra colori caldi e colori freddi. Questo significa che guardando una
sfumatura (e ovviamente, di conseguenza, unendone il significato al
contesto formale) abbiamo un'idea più o meno chiara di ciò
che, nell'arte, si vuole esprimere.
Questo è il concetto secondo me fondamentale nell'opera di
luce di Vincenzo Biavati: la monumentalità è solo questione
puramente formale, è il colore il vero protagonista, creato
appunto dalla luce che, nell'apparire così evidente nel contesto
dell'opera, crea una suggestione illuminante che ripropone la sua
già citata funzione spirituale .
Lasciando però da parte momentaneamente il ruolo, pur sempre
fondamentale, che la luce e il colore ricoprono in queste opere (e
la grandiosità di questi lavori, che seppur formale, svolge
il compito di suggestione), vorrei addentrarmi in modo specifico in
quello che trovo sia il fine ultimo di queste opere. Leggendo la posizione
dell'artista circa i suoi lavori, si può leggere: "Quando
vedo una persona che, guardando una mia opera si avvicina per vedere
perché e come la luce fa così strani effetti, mi sento
contento, perché l'opera ha, come minimo, trasmesso curiosità.".
Per quanto breve, la frase penetra e analizza il concetto di arte
contemporanea, ma soprattutto come questa si presenta al pubblico.
Ciò che oggi chiamiamo arte si impone agli astanti con lo stupore
e l'innovazione insita nelle opere degli artisti. Nonostante sia anche
questo il caso delle opere di Biavati, che, torno a dire, offrono
formalmente un'imponenza stupefacente, il loro motivo principale sta
appunto nella curiosità che suscitano. La curiosità
è dettata dallo stupore iniziale che si prova nel vedere l'opera,
che si trasforma però nel vedere perché e come la luce
fa così strani effetti; traducendo, questi lavoro inducono
a riflettere, a chiedersi e, di conseguenza, ad informarsi sul perché
delle cose.
Per rendere esplicita l'importanza di queste opere è dunque
appropriato unire le tre chiavi di lettura: colore e luce, forma e
curiosità, scienza e spiritualità. Sono certo elementi
collegati tra loro, tuttavia distinguibili e analizzabili singolarmente.
Viste nella loro integrità, quelle di Vincenzo Biavati sono
opere che partono da un argomento scientifico, quello della luce grazie
alla quale possiamo distinguere i colori. Abbiamo però detto
che la luce forma opere imponenti, dei colossi luminosi e colorati
che suscitano in noi la curiosità, fanno crescere in noi il
desiderio di sapere come sia possibile il loro sviluppo nella forma.
Rispondendo a queste domande, possiamo prendere due strade: una risoluzione
puramente scientifica dell'essere di queste opere, oppure una visione
suggestiva del particolare significato trascendente che possono acquisire.
Io personalmente vedo in queste opere l'esigenza di un contatto con
la natura tutta, formata dallo spazio e da chi lo vive: opere che
si legano strutturalmente con l'ambiente che le ospita e che interloquiscono
con i fruitori, che trasmettono l'armonia di colori suggestivi e trasparenti,
che lasciano intravedere un oltre che richiama enti astratti, figure
celate, impossibilità di interpretazioni assolute. Per la grandezza
dell'arte, opere contemplative che, grazie all'elemento più
prezioso che esista in natura, ovvero la luce, stimolano la componente
più pregiata che possegga l'uomo: l'intelletto.
Andrea Giacometti