

by donatella.meropiali & maria.angela
brion/XX.9.12 FABRIKArte
INTRODUZIONE CRITICA/opening introductory commentary
IL TEMA DELL'EMERGENZA NELL'ARTE CONTEMPORANEA
L'arte è urgente? L'arte è un'emergenza? Considerata dal mercato come un bene di lusso, quindi qualcosa di cui volendo si potrebbe fare a meno, l'arte è vista come un surplus, quello che viene dopo, un bisogno non primario, che si comincia ad avvertire quando c'è tutto il resto. E' vero? Da un lato sembra di si. L'arte si è sempre sviluppata in concomitanza ai boom economici. L'Italia ha dato il meglio di sé nell'epoca del Rinascimento, l'America con l'evoluzione della mercificazione popolare (abbreviata in Pop) e la Cina è esplosa da pochi anni, da quando, diventata potenza mondiale in campo produttivo, ecco che anche i suoi artisti producono opere e mostre che colonizzano i musei di tutto il mondo. Non è cinico ammettere che i paesi che diventano punti di riferimento per l'arte, sono punti di riferimento anche e soprattutto economici.
L'arte è quindi uno status di potere, e in questo senso ecco già una prima eccezione dell'urgenza dell'arte: l'urgenza di dimostrare. Un gioco che è partito dagli albori della civiltà. Quando i Faraoni facevano decorare le proprie tombe per dimostrare che loro potevano farlo e gli altri no. Stessa cosa hanno fatto greci, romani, papi, signorotti, nobiltà varie, borghesi arricchiti, industriali e magnati. Stessa cosa hanno fatto stati interi, come quando il Regno Unito ha difeso con un protezionismo evidente la sua Young British Art. E come noi in Italia NON abbiamo fatto, dimenticandoci di fondare un museo d'arte contemporanea a Milano, disperdendo tantissime esperienze artistiche, non mettendo mai insieme una grande mostra completa sull'Arte Povera, che ormai sembra più vecchia di quello che è, lontana nella memoria.
Prima che Francesco Bonami mettesse in piedi la mostra Italics a Palazzo Grassi, era difficile capire se esistesse ancora qualcosa che l'Italia poteva dire e creare nella storia. Perché l'italianismo sballotta anche la storia più recente, confonde anche quello che è sotto gli occhi, e rende caotica anche la più coerente delle strade. Difatti, l'arte italiana è decisamente in stato di emergenza. Un'emergenza che si manifesta sotto tantissimi punti di vista: strutture, collezionismo, coalizione, professionalità. E perché allora i nostri giovani (e non solo giovani) artisti continuano imperterriti ad andare avanti con le loro ricerche, con il loro lavoro, a volte ammucchiando magazzini di opere che non hanno sfogo? Appunto per un'altra urgenza, per un'altra emergenza, questa volta più poetica e ancestrale: il voler dire, il voler mettere in luce, il volersi esprimere. Così questi nostri artisti lavorano senza finanziamenti di nessun tipo, senza quei quartieri di studi che ritroviamo da Berlino a Praga, senza ritorno né di immagine né di soldi, senza sapere che ne sarà di loro, senza curatori che buttino uno sguardo e senza gallerie che rappresentino il loro lavoro come si dovrebbe. Eccoci quindi in una situazione che se non è proprio disperata è perché siamo sempre caratterialmente propensi ad appigliarci all'idea che il prossimo passo porterà a qualcosa.
C'è chi si adopera per questo. Ci sono, in realtà, delle iniziative che cercano di scavare negli strati di coscienza della nostra società un po' assopita per ricordare che se i primi tagli in bilancio sono sempre quelli della cultura, non è certo perché la cultura noi non la facciamo più. EMERGENZArte, è proprio un modo per avvicinare l'arte, parlando di un'emergenza nuova: quella di creare una nuova reazione, combattendo un isolamento e un'emarginazione dilagante tra chi dovrebbe fare e chi dovrebbe fruire. E combattere allo stesso tempo un'emarginazione territoriale che blocca l'Italia a un passo dall'internazionalità. Perché se anche all'interno dell'Europa – lo abbiamo capito – ci vedono un po' diversi, un po' meno uguali degli altri, un po' più acciaccati e a rilento, un po' più indebitati e un po' meno adattati, questo non vuol dire che tante nostre idee e tanti nostri talenti non abbiano il diritto di uscire da un paese in cui ce la si canta e ce la si ride da soli, per entrare in un sistema dell'arte che è diventato ormai davvero internazionale. Internazionale e veloce, cosa che porta in sé sempre un senso positivo e uno negativo. Velocità di comunicazione, ma anche velocità nello scordare, nell'abbandonare degli artisti che dopo un rapido momento di gloria e una levitazione delle quotazioni sembrano sparire. Questa incertezza - sempre più messa in conto – però, d'altro canto permette al mercato di vagliare una quantità incredibile di input, di evolversi, di eseguire uno scanning e una selezione continua. E non solo in loco. Internet, le riviste d'arte, la rete delle fiere e via dicendo permette con un minimo sforzo di sapere cosa accade in ogni parte del mondo e di abbattere confini da mappa geografica.
Questo flusso continuo di notizie, aggiunge anche la necessità che di notizie ce ne siano effettivamente e sempre di nuove. Così uno dei punti che le gallerie richiedono sempre di più è che l'artista abbia una produzione numerosa e veloce. Questa logica che poco ha che fare con l'etica e la poetica dell'arte, non è però meno importante e va a condizionare le tecniche creative creando una nuova emergenza. Semplificando: la pittura diventa meno particolareggiata, più di getto, meno precisa e ha recuperato una figurazione, una iconicità che però è simbolica e quindi non descrittiva. La fotografia cavalca i nostri tempi per la sua riproducibilità in più tirature e anche in più dimensioni. Le installazioni diventano sempre meno fisiche e sempre più multimediali. E il video, insieme alla sound-art sono proprio all'ultimo grido, per usare un'espressione che asseconda chi dice che in fondo l'arte somiglia proprio sempre di più alla moda.
La trasportabilità, la riproducibilità, la facilità di esecuzione e di fruizione sono tutti elementi importanti in un'opera d'arte fatta oggi. Proprio perché questa emergenza continua, individuata sotto tutti i vari punti di vista toccati qui, spinge a divorare contenuti, a voler sfruttare in tutti i modi i diversi metodi di diffusione che finalmente oggi abbiamo a disposizione. Il video, appunto, che costituisce una grossa fetta di questo appuntamento in Villa Farsetti, è un esempio perfettamente calzante: facile da realizzare (gran parte dei video d'arte sono brevi, in presa diretta e in bassa risoluzione), facili da riprodurre, facili da spedire, belli da vedere, di forte impatto, costruiti con il codice di comunicazione più diffuso al mondo, adattabili a ogni spazio e a ogni circostanza, pubblicabili in rete senza sforzi, fruibili alla massa senza limiti. Ma anche la performatività e l'installazione ambientale, pur essendo legati all'Hic et nunc, legandosi sempre di più anche alla multimedialità, uniscono il percorso dell'arte a quello della tecnica, creando nuove corde di allaccio con l'idea del Villaggio Globale, della velocità del mezzo, dell'indispensabilità della comunicazione. Come un occhio del ciclone che accelera mano mano che si procede verso il centro, in un vortice irrefrenabile che abbiamo l'emergenza di controllare e di capire.
Carolina Lio
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